Greta Garbo: biografia, film, riconoscimenti e mito della Divina del cinema mondiale

Greta Garbo, pseudonimo di Greta Lovisa Gustafsson (Stoccolma, 18 settembre 1905 – New York, 15 aprile 1990), è stata un’attrice svedese naturalizzata statunitense, considerata una delle più grandi icone della storia del cinema.
Soprannominata la Divina, divenne la stella di punta della Metro-Goldwyn-Mayer tra gli anni Venti e Quaranta, imponendosi come figura magnetica capace di attraversare l’epoca del muto e del sonoro con la stessa intensità.
Grazie al suo talento e al suo carisma, recitò in capolavori come Grand Hotel (1932), La regina Cristina (1933) e Anna Karenina (1935), conquistando pubblico e critica in tutto il mondo.

Il suo mito, spesso accostato a quello di Marlene Dietrich, divenne simbolo di eleganza, mistero e indipendenza. Candidata quattro volte all’Oscar, ricevette nel 1955 l’Oscar alla carriera, mentre l’American Film Institute la inserì al quinto posto tra le più grandi star della storia del cinema.
Ritiratasi a soli 36 anni, Greta Garbo resta ancora oggi l’esempio perfetto di come il silenzio possa trasformarsi in leggenda.

Biografia di Greta Garbo

Infanzia e adolescenza (1905-1922)

Greta Lovisa Gustafsson nacque il 18 settembre 1905 nel quartiere popolare di Södermalm, a Stoccolma, in una Svezia ancora segnata dalla povertà e dal divario sociale.
Il padre, Karl Alfred Gustafsson, lavorava come netturbino, mentre la madre, Anna Lovisa Karlsson, era una contadina di origini lapponi. La famiglia viveva in condizioni modeste, ma dignitose: l’infanzia di Greta fu semplice, scandita da ritmi lenti e dalla quotidianità delle case operaie svedesi.

Terza di tre figli – dopo Alva e Sven – la piccola Greta mostrò presto un carattere introverso e contemplativo. Preferiva restare sola a fantasticare, piuttosto che giocare con i coetanei. Passava ore nella cucina di casa, dove si travestiva con vecchi abiti della madre e improvvisava piccoli spettacoli davanti allo specchio: un passatempo che, senza saperlo, anticipava il suo futuro sul palcoscenico.

Gli amici la descrivevano come una bambina silenziosa ma intensa, capace di alternare momenti di gioia improvvisa a fasi di malinconia profonda. In un’intervista rilasciata molti anni dopo, la stessa Garbo confessò:

“Ero come tutte le altre bambine, ma mi capitava di sentirmi un attimo felice e subito dopo disperata.”

Nel 1920, quando aveva solo quindici anni, la morte improvvisa del padre per una forma influenzale – probabilmente legata all’epidemia di influenza spagnola – la costrinse ad abbandonare la scuola. Da quel momento, Greta dovette contribuire al sostentamento della famiglia, entrando presto nel mondo del lavoro.

Trovò il suo primo impiego come apprendista barbiere, ma lasciò dopo poco tempo, infastidita dalle continue avances dei clienti. Si trasferì quindi ai grandi magazzini PUB di Stoccolma, dove divenne commessa. Proprio lì il destino le cambiò la vita: la sua eleganza naturale e il portamento magnetico attirarono l’attenzione di un fotografo pubblicitario che la convinse a posare per alcuni cortometraggi promozionali.

Quei brevi filmati, trasmessi nei cinema locali, la resero immediatamente riconoscibile e affascinarono il regista Erik Arthur Petschle, che la scelse per un piccolo ruolo nel film Luffar-Petter (1922).
Sebbene marginale, quella partecipazione rappresentò il suo vero debutto cinematografico e segnò l’inizio di un cammino artistico destinato a cambiare la storia del cinema mondiale.

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Greta Garbo: La nascita artistica (1923-1925)

Spinta dal desiderio di migliorarsi, Greta decise di prendere sul serio la recitazione. Superò le difficili prove di ammissione e ottenne una borsa di studio per l’Accademia Regia di Stoccolma, dove ricevette una formazione teatrale completa. Fu lì che incontrò una delle figure più importanti della sua vita: il regista Mauritz Stiller.

Stiller era già noto in Svezia come innovatore e visionario del cinema. Rimase colpito dalla presenza scenica della giovane allieva e ne intuì subito il potenziale. Divenne il suo mentore, il suo consigliere e, in parte, il suo Pigmalione. Fu lui a guidarla nei primi anni di carriera, a insegnarle la disciplina del set e a modellare la sua immagine artistica.

Su suo consiglio, Greta decise di cambiare nome, scegliendo quello che l’avrebbe resa immortale: Greta Garbo. Il cognome, ispirato a quello del sovrano ungherese Bethlen Gábor, evocava eleganza e mistero, due elementi che sarebbero diventati parte integrante della sua leggenda.

In questo periodo, oltre a perfezionare la tecnica recitativa, Greta cominciò anche a definire un’immagine personale lontana dagli stereotipi femminili dell’epoca.
Amava vestirsi in modo semplice, quasi maschile — giacche larghe, pantaloni, camicie bianche e cravatte — uno stile androgino e sofisticato che sarebbe stato definito in seguito “lo stile Garbo”, anticipando le mode moderne e influenzando l’abbigliamento femminile per decenni.

Il 1924 fu l’anno della svolta. Stiller la scelse per il suo film La leggenda di Gösta Berling (noto anche come I cavalieri di Ekebù), tratto dal romanzo di Selma Lagerlöf, premio Nobel per la letteratura.
Il film non ebbe inizialmente successo in Svezia, ma fu presentato con grande riscontro a Berlino, dove la Garbo conquistò pubblico e critica per la sua intensità espressiva e la presenza scenica.

Durante il soggiorno in Germania, Greta conobbe il regista Georg Wilhelm Pabst, che la volle nel suo capolavoro La via senza gioia (Die freudlose Gasse, 1925).
Il film, un dramma realistico ambientato nella Vienna del dopoguerra, fu un successo internazionale e la rivelò come una nuova promessa del cinema europeo.

Il produttore Louis B. Mayer, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer, si trovava proprio a Berlino alla ricerca di talenti europei. Colpito dal carisma magnetico della giovane attrice, le offrì un contratto cinematografico, inizialmente pensato per il regista Stiller. Mayer, tuttavia, cambiò idea dopo aver visto La via senza gioia e decise di puntare tutto su di lei.

Fu così che, nel 1925, Greta Garbo e Mauritz Stiller salparono verso l’America sul transatlantico SS Drottningholm: un viaggio che segnò non solo l’inizio della sua carriera hollywoodiana, ma anche la nascita di una diva leggendaria, destinata a incarnare il mistero, la grazia e la modernità del cinema del Novecento.

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Greta Garbo: Star del muto (1925-1929)

Nel 1925, a soli vent’anni e senza conoscere una parola d’inglese, Greta Garbo partì dalla Svezia alla volta degli Stati Uniti insieme al suo mentore Mauritz Stiller. Sul transatlantico SS Drottningholm lasciava l’Europa per inseguire un sogno che ancora non sapeva di incarnare: diventare una delle attrici più iconiche della storia del cinema.

Giunta a Hollywood, la giovane svedese fu sottoposta a un provino dal celebre produttore Irving Thalberg, considerato il “bambino prodigio” della Metro-Goldwyn-Mayer. Bastarono pochi minuti davanti alla macchina da presa per convincerlo del suo potenziale: Thalberg vide in lei una figura diversa dalle star americane dell’epoca, un volto misterioso, capace di esprimere emozioni profonde con un solo sguardo.
Fu così che Greta entrò ufficialmente nella scuderia MGM, e da quel momento il suo destino cambiò per sempre.

Il debutto avvenne con Il torrente (Torrent, 1926), tratto da un racconto di Vicente Blasco Ibáñez.
Nel film interpretava Leonora, una contadina spagnola che diventa cantante lirica: un ruolo drammatico e sensuale che mise in risalto la sua presenza magnetica. Pur non amando la sceneggiatura né il personaggio, Garbo catturò il pubblico americano, che rimase affascinato dal suo sguardo enigmatico e dall’eleganza naturale dei suoi gesti.

Lo stesso anno recitò ne La tentatrice (The Temptress, 1926), il film che consolidò la sua fama. Per la prima volta il suo nome comparve in cima ai titoli di apertura, un privilegio riservato alle grandi star.
Da quel momento, l’immagine di Greta Garbo divenne sinonimo di fascino e raffinatezza: i riflettori di Hollywood si accendevano su di lei come su un mistero da decifrare.

Gran parte del merito andò al direttore della fotografia William H. Daniels, che divenne il suo collaboratore di fiducia e complice artistico.
La luce morbida e calibrata con cui Daniels avvolgeva il suo volto ne esaltava la perfezione dei lineamenti e l’intensità degli occhi, trasformando ogni primo piano in un quadro vivente.
L’attrice stessa volle che Daniels la seguisse in tutti i suoi film successivi, consapevole che il suo volto, più di qualsiasi parola, era il suo strumento più potente.

Tra il 1926 e il 1929, Greta Garbo girò venti film muti, imponendosi come una delle stelle più amate e meglio pagate della MGM.
Dietro quella fama travolgente, però, si nascondeva una personalità fragile e riservata. Nelle lettere agli amici svedesi confessava la sua solitudine e il disagio verso il sistema hollywoodiano, troppo rumoroso e artificiale per la sua natura introspettiva.
Avrebbe voluto ruoli più spirituali e complessi — come quello di Giovanna d’Arco, che sognava da sempre — ma la casa di produzione continuava a proporle personaggi di femme fatale, sofisticati e tormentati.

Nonostante i conflitti interiori, il mito era ormai nato.
Il volto di Greta Garbo cominciava ad apparire sulle riviste di tutto il mondo, simbolo di un fascino nuovo, silenzioso ma irresistibile, in grado di evocare emozioni universali senza bisogno di parole.

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Greta Garbo: I trionfi hollywoodiani (1930-1941)

L’avvento del cinema sonoro all’inizio degli anni Trenta rappresentò una sfida per molti attori del muto, ma per Greta Garbo fu l’occasione di una nuova consacrazione.
La MGM temeva che il suo forte accento svedese potesse compromettere la carriera della sua attrice più redditizia, ma il film Anna Christie (1930) spazzò via ogni dubbio.
La prima battuta della Garbo sullo schermo — “Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don’t be stingy, baby!” — divenne immediatamente leggendaria. I giornali titolarono a caratteri cubitali “Garbo talks!”: la Garbo parla.

Quel momento segnò l’inizio di un nuovo capitolo.
Non solo la Garbo superò la transizione dal muto al sonoro, ma si affermò come una delle attrici più carismatiche di sempre. La sua voce, profonda e vellutata, divenne un tratto distintivo tanto quanto il suo sguardo.

Negli anni successivi interpretò una serie di capolavori che definirono la “golden age” della sua carriera.
In Grand Hotel (1932) diede vita a un personaggio malinconico e sofisticato che incarnava il lusso e la solitudine della diva moderna.
Con La regina Cristina (1933) — uno dei suoi ruoli più amati — fuse forza e vulnerabilità, regalando al cinema una delle interpretazioni più intense e simboliche del suo tempo.
Seguono Anna Karenina (1935), Margherita Gauthier (1936) e Maria Walewska (1937), in cui consolidò la sua fama di attrice tragica e romantica, ma anche di donna libera e fuori dagli schemi.

Nel 1939, diretta da Ernst Lubitsch, stupì tutti con la commedia Ninotchka, dove mostrò un’insospettata vena ironica.
Il film venne lanciato con lo slogan “Garbo laughs” — la Garbo ride — e segnò uno dei più grandi successi della sua carriera, dimostrando che la “Divina” sapeva anche sorridere, con una leggerezza nuova e contagiosa.

Parallelamente, la sua vita privata divenne oggetto di grande curiosità.
Visse un’intensa relazione con John Gilbert, suo partner in diversi film, che le chiese invano di sposarlo; un legame sentimentale con il direttore d’orchestra Leopold Stokowski, culminato in una romantica fuga a Ravello; e una profonda amicizia, poi divenuta relazione, con la poetessa Mercedes de Acosta.
Quando quest’ultima rese pubblici alcuni dettagli della loro storia, Greta ruppe ogni rapporto, scegliendo ancora una volta la riservatezza come forma di libertà.

Schiva, indipendente e lontana dalle mondanità di Hollywood, Greta Garbo incarnò la donna moderna, padrona di sé e del proprio destino.
Non si piegò mai alle logiche dello star system: rifiutò interviste, mantenne un’aura di mistero e preferì che fosse il suo lavoro — e non la sua vita privata — a parlare per lei.

Tra il 1930 e il 1941, Greta Garbo non fu solo una star, ma una forza culturale che ridefinì l’immagine femminile nel cinema.
La sua capacità di esprimere la complessità dell’animo umano fece di lei un modello di recitazione e un simbolo di indipendenza, capace di affascinare ancora oggi chiunque la scopra sullo schermo.

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Greta Garbo: L’addio al cinema e il ritiro (1942-1990)

Nel 1941, dopo l’insuccesso del film Non tradirmi con me (Two-Faced Woman), Greta Garbo prese una decisione che lasciò il mondo del cinema incredulo: ritirarsi dalle scene a soli trentasei anni, nel pieno della fama e della maturità artistica.
Per molti fu una scelta inspiegabile, ma per lei rappresentò la naturale conseguenza di una vita vissuta sotto l’occhio impietoso della notorietà. La Garbo, da sempre insofferente alla macchina hollywoodiana, aveva più volte manifestato il desiderio di libertà, dichiarando:

“Voglio restare sola, ma non lasciatemi sola.”

Quella frase, spesso travisata, racchiudeva la complessità del suo carattere: non misantropia, ma bisogno di autenticità, di silenzio, di spazi in cui poter esistere senza essere osservata.

Dopo il ritiro, la MGM e diversi registi di fama mondiale tentarono invano di convincerla a tornare sul set. Rifiutò sceneggiature importanti, come Il caso Paradine di Alfred Hitchcock, Viale del tramonto di *Billy Wilder — il cui personaggio principale, Norma Desmond, fu in parte ispirato proprio a lei — e Un tram che si chiama Desiderio di Elia Kazan.
Persino Luchino Visconti le propose un ruolo ne Il testamento di Orfeo (1960), ma anche quella volta la risposta fu un no gentile e irrevocabile.

Nel 1950 ottenne la cittadinanza statunitense, stabilendosi definitivamente a New York, dove visse fino alla fine dei suoi giorni. Nello stesso anno, la rivista Variety la proclamò miglior attrice dei primi cinquant’anni del Novecento, riconoscendole un posto d’onore nella storia del cinema mondiale.
Cinque anni dopo, nel 1955, l’Academy le assegnò l’Oscar onorario alla carriera “per le sue indimenticabili interpretazioni sullo schermo”. Fu un tributo alla sua grandezza, anche se lei non si presentò alla cerimonia: in perfetto stile Garbo, preferì restare lontana dai riflettori, fedele al proprio mito.

Nel 1960, il suo nome venne inciso per sempre sull’Hollywood Walk of Fame, la celebre passeggiata delle stelle.
Da allora, tuttavia, Greta Garbo scelse un’esistenza quasi invisibile. Si trasferì in un elegante appartamento sulla East 52nd Street, arredato con gusto sobrio ma raffinato: pareti chiare, mobili europei e alcuni quadri di Renoir, suo pittore preferito.
Trascorreva le giornate leggendo, ascoltando musica classica, camminando nel Central Park e viaggiando in incognito, spesso con cappello, occhiali scuri e lunghi cappotti che la rendevano irriconoscibile ai più.

Non rilasciò più interviste né partecipò a eventi pubblici, diventando un’ombra affascinante nella metropoli che non dorme mai. Eppure, quella lontananza accese ulteriormente la curiosità dei fan e dei media, trasformandola in una leggenda vivente.

Il 15 aprile 1990, giorno di Pasqua, Greta Garbo morì al Medical Center di Manhattan, dopo una lunga malattia. Aveva 84 anni.
Per chi si chiede dove è sepolta Greta Garbo, la risposta si trova nel cuore della sua Svezia natale: riposa nel cimitero di Skogskyrkogården, a Stoccolma, un luogo silenzioso e immerso nella natura, oggi riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
È lì che la “Divina” è tornata, chiudendo il cerchio di una vita trascorsa tra luce e ombra, tra il clamore del mito e la ricerca della pace.

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Greta Garbo: Influenze culturali e mito

Anche dopo la morte, Greta Garbo non ha mai smesso di vivere nell’immaginario collettivo. Il suo volto, la sua voce e la sua aura di mistero hanno attraversato il tempo, continuando a ispirare artisti, registi, scrittori e musicisti di ogni epoca.

Il suo nome appare in brani celebri come Right Before Your Eyes di Ian Thomas, Just Like Greta di Van Morrison, Vacanze romane dei Matia Bazar e soprattutto Vogue di Madonna, dove viene citata come la prima vera diva del cinema.
È stata evocata nel film Cercando la Garbo (1984) di Sidney Lumet, e omaggiata da Giuseppe Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso (1988), dove il suo volto compare come simbolo del fascino perduto della sala cinematografica.

Nel corso del Novecento, la sua figura è stata paragonata a quella di una musa senza tempo, un’icona di purezza e sensualità, capace di rappresentare il mistero femminile nella sua forma più alta.
Registi, attrici e scrittori — da Federico Fellini a Isabella Rossellini, da Ian Fleming a Falco — l’hanno citata, celebrata o reinterpretata, contribuendo ad alimentare un mito che non conosce declino.

Fellini, in particolare, la definì con parole rimaste celebri:

“Una fata severa, fondatrice d’un ordine religioso chiamato cinema.”

In quella definizione si racchiude l’essenza di chi era Greta Garbo: una donna che ha trasformato la recitazione in arte sacra, il silenzio in potenza espressiva e la riservatezza in un gesto di ribellione contro la superficialità dello star system.

Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa, Greta Garbo resta una figura mitica e inarrivabile, simbolo di libertà, eleganza e mistero.
Non fu solo un’attrice, ma una creatrice di immaginari, capace di imprimere sul grande schermo l’essenza del desiderio e dell’anima umana.

Il suo sguardo — enigmatico, malinconico, eterno — continua ancora oggi a parlarci, ricordandoci che nel cinema, come nella vita, l’enigma è la forma più alta della bellezza.

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Filmografia Greta Garbo 

In poco più di quindici anni di carriera, Greta Garbo ha realizzato un corpus filmico compatto ma straordinariamente influente. Ogni pellicola ha contribuito a definire il linguaggio del cinema moderno, grazie alla sua capacità di trasformare il silenzio, il gesto e lo sguardo in emozione pura.

Tra le sue opere più celebri si ricordano:

  • I cavalieri di Ekebù (Gösta Berlings saga, 1924) – il debutto che la impose all’attenzione del pubblico europeo;
  • La via senza gioia (Die freudlose Gasse, 1925) – capolavoro di G.W. Pabst che la fece notare dalla MGM;
  • Il torrente (Torrent, 1926) e La tentatrice (The Temptress, 1926) – i due film che segnarono il suo ingresso trionfale a Hollywood;
  • Anna Karenina (1935) – la sua interpretazione definitiva del dramma tolstoiano;
  • Margherita Gauthier (Camille, 1936) – una delle prove più intense della sua carriera, in cui la tragedia e la grazia si fondono in modo indimenticabile;
  • Ninotchka (1939) – la svolta ironica e sofisticata diretta da Ernst Lubitsch, che mostrò una nuova sfumatura del suo talento;
  • Non tradirmi con me (Two-Faced Woman, 1941) – il suo ultimo film, dopo il quale scelse di abbandonare le scene all’apice della fama.

In totale, Greta Garbo recitò in 28 film, un numero sorprendentemente esiguo se paragonato all’impatto che ha avuto sull’intera storia del cinema.
Ogni sua interpretazione — dal muto al sonoro, dal dramma alla commedia — ha contribuito a plasmare l’immagine eterna della donna moderna, complessa, indipendente e magnetica.

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Riconoscimenti di Greta Garbo

L’eredità artistica di Greta Garbo è confermata dai numerosi premi e onorificenze ricevuti nel corso della sua carriera, molti dei quali giunsero quando ormai si era ritirata dalle scene, segno di un rispetto che travalica il tempo.

  • 4 candidature agli Oscar come Miglior Attrice
    • Anna Christie (1930)
    • Romanzo (Romance, 1930)
    • Margherita Gauthier (Camille, 1938)
    • Ninotchka (1940)
  • Oscar alla carriera (1955) – assegnato “per le sue indimenticabili interpretazioni sullo schermo”, riconoscendo in lei un simbolo universale dell’arte cinematografica.
  • 3 premi come Miglior Attrice del New York Film Critics Circle per Anna Karenina (1935), Margherita Gauthier (1937) e Ninotchka (1939).
  • Stella sulla Hollywood Walk of Fame (1960) – dedicata alla “Divina” come tributo al suo contributo alla nascita del mito hollywoodiano.
  • Commendatore dell’Ordine della Stella Polare (1983) – una delle più alte onorificenze svedesi, che suggellò il legame indissolubile tra Greta Garbo e la sua patria.

I riconoscimenti non furono solo premi, ma testimonianze di gratitudine verso un’artista che aveva ridefinito il concetto di recitazione e portato il cinema oltre i confini del visibile.

Conclusione

Greta Garbo è rimasta — e resterà per sempre — una delle leggende assolute del cinema mondiale.
Con la sua eleganza innata, la voce vellutata e la capacità di comunicare emozioni con un solo sguardo, ha trasformato la recitazione in un’arte fatta di sottrazione e mistero.

Nel suo silenzio si riflette la grandezza di chi non ha mai avuto bisogno di spiegarsi: il mistero stesso della sua persona è diventato parte integrante del mito.
Ha conquistato l’immortalità senza mai cercarla, trasformando la distanza in fascino, la riservatezza in potenza espressiva, la solitudine in un gesto poetico.

Greta Garbo, la Divina, resta l’archetipo della diva per eccellenza — una donna che ha vissuto come ha recitato: con grazia, intensità e libertà.
Perché la vera grandezza, come lei ci ha insegnato, non ha bisogno di parole: basta un volto, un’ombra di luce e un’emozione che continua, ancora oggi, a far vibrare il cuore del mondo.

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